10/11/2012 - CORRIERE CANADESE - SEZIONE FOCUS

Elisabetta Valgiusti: «Un appello internazionale per la grave situazione in Siria» Di CATERINA ROTUNNO TORONTO – La sua cinepresa è un occhio vigile e indiscreto per far conoscere e denunciare al mondo intero le situazioni di minaccia e distruzione del grande patrimonio di tradizioni culturali e religiose, con particolare attenzione alle comunità e alle minoranze cristiane in aree di crisi. Elisabetta Valgiusti, una lunga carriera di regista iniziata con corsi di specializzazione a New York e a Los Angeles, ma anche una grande passione per gli studi di teologia, filosofia e arte sacra che ha approfondito presso i più prestigiosi istituti pontifici romani. Un connubio, arte e religione, che ha contraddistinto per molti anni la sua produzione cinematografica e i suoi numerosi programmi con le varie reti della RAI e che ha portato Elisabetta a intraprendere iniziative sempre più incisive e concrete, in prima linea per difendere tutto ciò in cui crede e reputa valga assolutamente la pena battersi fino in fondo. È il 17 marzo del 2004, quando si scatena la furia della contropulizia etnica e culturale albanese contro i pochi serbi rimasti in Kosovo. In soli tre giorni di scontri molto violenti, vengono uccise 28 persone e devastati 35 tra chiese e monasteri, veri e propri gioielli dell’arte bizantina e simboli di culto la cui distruzione rappresenta l’apice dell’atroce concetto di pulizia etnica. «Dovevo fare qualcosa – ricorda Elisabetta Valgiusti che raggiungiamo telefonicamente a Roma – non potevo assistere inerme alla distruzione di un patrimonio storico e artistico, un vero e proprio atto criminoso contro l’umanità intera e non solo verso la comunità cristiana». Trova subito il sostegno del suo amico Massimo Cacciari, ex-sindaco di Venezia, e di altri esponenti degli ambienti culturali e artistici sia in Italia che all’estero. «La prima iniziativa a cui abbiamo pensato – racconta Elisabetta – è stata quella di divulgare un appello attraverso una petizione internazionale, la sola cosa che potessimo fare in breve tempo. A questo proposito siamo riusciti a far venire a Roma i monaci delle chiese del Kosovo che, in una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, hanno potuto raccontare gli episodi di violenza e distruzione a cui loro stessi avevano assistito». Dopo qualche mese Elisabetta Valgiusti, armata della sua telecamera, si reca in Kosovo a girare il documentario “Enclave Kosovo” e che farà vedere al mondo intero il perpetrare del clima di violenza e terrore in quell’area che la diplomazia e le organizzazioni internazionali pensavano di poter acquietare con la propria presenza. Questa esperienza fa comprendere a Elisabetta che è possibile riunire intorno ad un’idea importante un gruppo di persone tra cui studiosi, artisti, esperti di patrimonio culturale, professionisti dei media. Nasce l’ Associazione “Salva i monasteri” che è andata ogni anno arricchendosi di sempre nuovi aderenti sia in Italia che all’estero e a tutt’oggi può contare sulla collaborazione di studiosi e docenti universitari come Sebastiane Brock, un professore di fama internazionale dell’Università di Oxford, Amir Harrak dell’Università di Toronto, Erica Hunter dell’University of London; in Italia lo stesso Massimo Cacciari, Giancarlo Macchiarella della Ca’ Foscari e Maria Giovanna Muzi della Università Gregoriana, solo per citarne alcuni. Dal 2004, dopo il Kosovo, l’Associazione – di cui Elisabetta Valgiusti è presidente – si è occupata di molte altre aree di crisi come l’Iraq andando a raccontare, attraverso la realizzazione di filmati sempre da lei prodotti e diretti, la storia e la condizione delle comunità cristiane in Iraq dal 2005 al 2008 ( “Cristiani di Ninive” e “Cristiani d’Iraq”) e mettendo in evidenza l’emergenza in quegli anni dei profughi iracheni rifugiati in Siria e Giordania. «Ho viaggiato per tre anni in Iraq per realizzare i documentari, e ho assistito di persona al dolore e al dramma dei cristiani in fuga dalle città e dai villaggi iracheni. Ho cercato di documentare e far conoscere al mondo ciò che stava succedendo in quel Paese e solo dopo alcuni anni e numerose presentazioni dei documentari, degli appelli, grazie a una proiezione del mio documentario “SOS Iraqi Refugees” alla sala della Radio Vaticana, nel gennaio del 2009, la stampa ha incominciato ad occuparsi di questo grande problema umanitario: ma ormai era troppo tardi e c’era ben poco da fare. Devo dare atto – ricorda la regista Valgiusti- che il Corriere Canadese si è occupato già nel 2007 e 2008 di questa grave situazione in Iraq pubblicando degli articoli e facendo conoscere cosa stava succedendo in quell’area». Dopo l’Iraq Elisabetta Valgiusti ha prodotto un documentario che, attraverso la testimonianza di esponenti religiosi cristiani, analizzava la possibilità di convivenza nei paesi musulmani di Siria e Giordania (“Testimoni cristiani in Medio Oriente”). Successivamente, spostandosi in Asia, ha girato un filmato sul ruolo della chiesa nello sviluppo dell’India, la vita delle comunità cristiane e le sue tradizioni (“India’s Christians”) e anche nel Pakistan (“Pakistan’s Christians”) dove la legge anti-blasfemia rappresenta una minaccia gravissima per i cristiani. Dello scorso anno è invece la realizzazione di un lungometraggio sulla riapertura delle chiese cattoliche e lo sviluppo delle comunità trasmesso ad aprile dal canale televisivo cattolico americano Ewtn (Global Catholic Network) con sede nello stato dell’Alabama nel sud degli Stati Uniti. «È anche grazie al sostegno e all’aiuto economico della Ewtn, che sono riuscita a realizzare i filmati dell’Associazione – fa osservare la regista Valgiusti -. nel 2005, dopo aver visto il primo documentario sull’Iraq sono stata contattata dai dirigenti dell’emittente televisiva cattolica americana e da allora si è instaurato un solido rapporto di co-produzione che dura tuttora. La Ewtn è una televisione che trasmette in tutto il mondo via satellite ed è dedicata a un pubblico cattolico, quindi rappresenta un ottimo veicolo per poter far conoscere e trasmettere i documentari che ho prodotto -fa osservare la regista italiana». «È anche grazie a loro, che continuano a trasmettere questi filmati, che si riesce a mantenere vivo l’interesse dell’opinione pubblica di tutto il mondo: sono in molti che mi scrivono per avere notizie e saperne di più su ciò che succede in quelle aree di crisi e in tutti questi anni si è venuta a creare una vera e propria comunità di persone che partecipano alle iniziative e sottoscrivono gli appelli promossi dall’Associazione “Salva i monasteri”». «Purtroppo, come co-produttore di questa serie di documentari – confessa la regista italiana – in tutti questi anni non sono mai riuscita ad ottenere una distribuzione dalle televisioni italiane del servizio pubblico e privato e dalle emittenti cattoliche del nostro Paese. Specie nel caso delle televisioni generaliste si è trattato finora di un dichiarato disinteresse per i temi trattati. Questo ha rappresentato un pesante limite e molti sacrifici nell’attività produttiva. Lo stesso atteggiamento di disinteresse l’ho riscontrato nelle altre attività parallele di salvaguardia del patrimonio culturale cristiano in Medio Oriente che Salvaimonasteri promuove ». Dalle parole di Elisabetta Valgiusti si comprende chiaramente l’amarezza per non riuscire a trovare quelle aperture culturali e i conseguenti interlocutori che dovrebbero logicamente apprezzare e sponsorizzare un’attività di documentazione visiva così importante per tutti noi, salvo poi trovarsi, nel corso delle presentazioni dei documentari, a dover far fronte a cameramen che cercano di rubacchiare parti delle immagini oppure vedere riprodotti , su alcuni siti internet, i suoi documentari in forma anonima senza alcuna citazione. Ma la determinazione e un carattere molto combattivo portano Elisabetta Valgiusti a non demordere e a continuare a impegnarsi senza sosta per una causa in cui crede fermamente :«L’ultima mia produzione di qualche mese fa, sempre in collaborazione con la Ewtn, è sulla storia e l’attualità del Cristianesimo in Egitto seguendo e riprendendo i luoghi e gli stupendi santuari che hanno contrassegnato le tappe del complesso tragitto, durato circa tre anni secondo la tradizione copta, percorso dalla Sacra Famiglia. Le riprese riguardano anche aree interne del territorio egiziano, in particolare quella compresa tra la città di Alessandria e il Cairo, di grande bellezza e importanza storica chiamata Uadi Al-Natroun (la valle del Sale) dove ha avuto inizio il monachesimo egiziano e dove testimonianze del quarto secolo parlano della presenza di circa 50 monasteri». «Devo confessare – continua nel suo racconto Elisabetta – che quest’ultima produzione è stata molto faticosa sia per la difficoltà di perdersi nell’immenso patrimonio storico e culturale del Paese sia anche e principalmente per qualche situazione alquanto rischiosa a cui io stessa sono andata incontro». L’ultima iniziativa dell’Associazione “Salva i monasteri” riguarda la Siria dove il grave conflitto interno sta mietendo ogni giorno numerose vittime tra la popolazione civile «Erano mesi che stavo pensando a possibili iniziative da intraprendere anche parlando con i miei amici che si trovano in Siria e con i quali, negli ultimi tempi, è sempre più difficile entrare in contatto – fa presente Elisabetta». «Di fronte al dramma umanitario che sta vivendo quell’area del Medio Oriente mi sembrava difficile affrontare la questione della difesa del patrimonio artistico nonostante i danni già registrati a importanti monumenti. Tuttavia, circa un mese fa proprio nei giorni in corrispondenza all’ apertura del Sinodo tenutosi a Roma, è stato resa nota una lettera delle chiese cristiane della Siria per la difesa del proprio patrimonio artistico e culturale; la lettera si appellava all’UNESCO, alla Congregazione delle Chiese Orientali e al Pontificio Consiglio della Cultura. A quel punto mi è sembrato doveroso raccogliere e dover rispondere a un grido d’aiuto dei leader religiosi cristiani in Siria, facendo particolarmente riferimento alla città di Aleppo che oltre alla bellezza dei suoi gioielli artistici, moschee, chiese, e santuari va considerata un simbolo della convivenza pacifica tra cristiani (pari a circa il 20%) e musulmani e dove attualmente risiedono otto vescovi e arcivescovi cattolici e tre vescovi ortodossi, inoltre si trovano alcune chiese protestanti». L’appello Il 28 ottobre scorso l’Associazione “Salva i monasteri” ha diramato un appello internazionale (che riportiamo in questa pagina) che ha subito richiamato l’attenzione da tutto il mondo e già molti, in questi pochi giorni, hanno sottoscritto (http://www.savethemonasteries.org/ ). «La divulgazione dell’appello è solo l’inizio, serve a mettere in moto un meccanismo di conoscenza diretto all’opinione pubblica mondiale ma anche agli stessi siriani per far sapere loro che non tutti sono indifferenti alla loro tragica vicenda ma che tante persone in tanti diversi paesi seguono con grande affetto e trepidazione la loro sorte – tiene a sottolineare Elisabetta Valgiusti». «Certo, di fronte a simili drammi si può solo agire con questi strumenti cercando di fare leva e osservare quali saranno gli sviluppi futuri anche nello scacchiere politico internazionale. Ma qualunque siano le “sistemazioni” volute dai potenti della terra, l’appello promosso dalla nostra associazione vuole ricordare che dietro tutte le nefandezze della guerra c’è l ’uomo con tutto il suo patrimonio culturale e artistico che bisogna assolutamente salvaguardare e proteggere ».

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