La maggior parte emigra in Siria e in Giordania dove non ha diritti e non può lavorare
di Letizia Tesi

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TORONTO - 20/01/2009
In Iraq erano medici, ingegneri, insegnanti, alti funzionari della pubblica amministrazione. Nei Paesi dove sono stati costretti ad emigrare sono rifugiati senza lavoro e senza diritti. È questa la situazione dei cristiani che vivono nei Paesi al confine con l’Iraq, soprattutto in Siria e in Giordania, immortalata nei documentari di Elisabetta Valgiusti, regista, produttrice e studiosa di teologia di origine romana, che da anni si occupa della condizione dei cristiani iracheni. Una minoranza difficile da ridurre in cifre perché non esiste un censimento affidabile, costretta ad una dolorosa diaspora, che si consuma nell’indifferenza del resto del mondo e nel silenzio della stampa. 
Valgiusti è anche la fondatrice dell’associazione “Salva i monasteri” (www.salvaimonasteri.org), nata nel 2004 con lo scopo di salvaguardare il patrimonio artistico e culturale dei monasteri del Kosovo e dell’Iraq e che ha raccolto l’adesione di oltre 200 intellettuali, artisti, docenti e religiosi. Dopo aver realizzato una campagna di informazione e un filmato sulla situazione in Kosovo nel 2004, Enclave Kosovo, si è dedicata all’eredità culturale in Iraq e ha girato un documentario nelle comunità cristiane in Iraq, Cristiani di Ninive, presentato con il sindaco Massimo Cacciari a Venezia nel 2006. Inoltre nel 2007 ha realizzato Iraq’s Christians, interamente dedicato alle tradizioni dei cristiani iracheni.
Ora l’attenzione della studiosa si è concentrata sul dramma umano dei profughi cristiani e ha realizzato un altro documentario, Iraq’s Refugees in Syria e in Jordan, girato la scorsa estate fra l’Iraq, la Siria e la Giordania, con interviste ai protagonisti della diaspora cristiana e a figure religiose di rilievo. «Questa volta mi sono occupa più della questione umanitaria, culturale e sociale, del dramma di dover abbandonare la propria cultura, di lasciare tutto e di entrare in un altro meccanismo, completamente diverso – spiega la regista – M’interessa molto l’aspetto della disintegrazione di un intero popolo perché la fuga dall’Iraq non riguarda solo i cristiani e causa un grande impoverimento in tutto il Paese». Si calcola che negli ultimi anni oltre 2 milioni di iracheni siano emigrati in Siria, in Giordania e nei Paesi limitrofi e fra loro la percentuale dei cristiani è molto alta. Ma non si sa con precisione a quando risalga l’ultima stima e quanto sia attendibile. Quello che è certo, perché traspare dalle immagini dei documentari di Elisabetta Valgiusti e dalla parole delle persone che ha intervistato, è che i profughi iracheni vivono in una specie di limbo dal punto di vista dei diritti. La loro sopravvivenza è praticamente affidata alle “elemosina”. Vivono grazie agli aiuti delle Nazioni Uniti e di varie organizzazioni internazionali e locali: cibo, medicinali, generi di prima necessità arrivano da loro, ma «sono in grande difficoltà – dice la regista - Molti sopravvivono perché hanno aiuti da casa o ricevono soldi dai parenti che vivono all’estero. Nei Paesi in cui si rifugiano, infatti, non possono lavorare. E solo l’1%, cioè circa 20mila persone, ottiene il visto per emigrare in altri Paesi. Gli altri restano bloccati. Molti vorrebbero tornare in Iraq, ma hanno paura perché la situazione interna è troppo caotica. L’integrazione, però, è buona. Bisogna riconoscere alla Siria e alla Giordania il merito di averli accolti, soprattutto nella fase più pesante, fra il 2006 e il 2007. Ma così non può continuare anche perché si perdono intere generazioni. Bisogna ricostruire un rapporto di fiducia all’interno del Paese e credo sia possibile, ma un po’ per volta. È la stessa cosa che dice monsignor Luis Sako, arcivescovo di Kirkuk, che ho intervistato nel documentaruo Iraq’s Refugees in Syria and Jordan. La situazione fino a novembre - continua la regista – era ancora molto difficile: si registravano fenomeni di fuga da Mossul di centinaia di famiglie. A Natale, invece, da Baghdad sono arrivate notizie più rassicuranti».
I profughi cristiani che sono scappati dall’Iraq chiedono visti per l’Europa, soprattutto per la Svezia e la Germania, l’America e l’Australia. «Per l’Italia ci sono pochissime richieste perché non abbiamo una comunità di iracheni numerosa. La più grande è in Svezia, il Paese europeo che ha adottato una politica d’accoglienza più aperta, e poi in Germania. A livello di comunità europea negli ultimi anni sono state avanzate alcune proposte per favorire l’accoglienza e i politici che si sono impegnati più attivamente sono il vice presidente del parlamento europeo, Mario Mauro, e il ministro tedesco Schauble. Ma dà l’idea che favorire i cristiani non sia politicamente corretto. Si parla tanto della questione irachena, ma i profughi cristiani non sono mai al centro dell’attenzione. Uno dei rappresentanti dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite in Giordania, Imran Riza, che ho intervistato, mi ha detto che ci sono speranze che la situazione migliori grazie all’impegno della comunità internazionale, ma che è molto delicata da gestire». 
I nuovi documentari di Elisabetta Valgiusti sono stati realizzati grazie anche a un contributo della Direzione generale del Mediterraneo del ministero degli Affari esteri e saranno trasmessi via satellite in molti Paesi, dall’Africa al Sud Asia, dall’Europa all’America. In Canada il primo ad andare in onda sarà Christian Witness in Middle East che sarà trasmesso da Ewtn (Eternal Word Television Network) il 21 gennaio alle 10.30 pm con replica il 24 alle 5 am. Iraq’s Refugees in Syria e in Jordan, invece, andrà in onda il 24 gennaio alle 8 pm, il 25 alle 2 pm e il 29 alle 1 pm. 
La situazione dei profughi iracheni sarà al centro della presentazione del documentario Iraq’s Refugees che si terrà il 21 gennaio alla sala Marconi di Radio Vaticana, che andrà in onda il 21 gennaio (ore 6 pm ora italiana), alla quale, oltre alla regista, parteciperanno anche Padre Lombardi, direttore del Centro Televisivo Vaticano e di Radio vaticana, oltre che portavoce di Benedetto XVI, e alcuni vescovi iracheni in visita al Papa, fra i quali monsignor Luis Sako, arcivescovo di Kirkuk, monsignor Matti S. Mattoka, arcivescovo di Baghdad, monsignor Shelmon Warduni, vescovo ausiliare di Babilonia dei Caldei, monsignor Geirges Casmoussa, arcivescovo di Mosul. 

Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=83161

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